Per la prima volta dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, un ministro in carica del governo britannico ha detto apertamente che il paese tornerà nell’UE. Lord Spencer Livermore, sottosegretario al Tesoro e stretto alleato del primo ministro Keir Starmer, è diventato il primo membro dell’esecutivo a proporre pubblicamente che il Regno Unito potrebbe alla fine invertire la rotta sulla Brexit e rientrare nell’Unione europea.
Le sue dichiarazioni alla Camera dei Lord segnano la prima presa di posizione pubblica da parte di un ministro in carica a favore dell’annullamento del risultato referendario, di fatto superando il manifesto elettorale laburista del 2024, che escludeva esplicitamente il rientro nel mercato unico, nell’unione doganale e nell’UE.
Intervenendo durante un dibattito sui Lords, Livermore ha risposto a una domanda sul rapporto tra il governo e i cosiddetti “dividendi della Brexit”. Il ministro ha replicato che “ci vuole un fanatico della Brexit per sostenere che tagliare le tariffe ci guadagni lo 0,001% del PIL, mentre la Brexit stessa ci è costata, come minimo, il 4% del PIL. Le stime attuali dicono che la perdita oscilla tra il 6% e l’8% del PIL”.
“Dovremmo in futuro rientrare nell’Unione europea? Beh, certo, la mia opinione personale è che si tratti di un’inevitabilità. Naturalmente il Regno Unito a un certo punto rientrerà nell’UE perché è assolutamente nel nostro interesse economico nazionale. Nel frattempo, stiamo facendo il reset europeo, che è incredibilmente importante per sostenere la crescita della nostra economia” avrebbe poi detto Livermore.
Starmer ha ripetutamente escluso il rientro nell’UE, nel mercato unico e nell’unione doganale, puntando invece su un “reset” dei rapporti con Bruxelles attraverso una cooperazione rafforzata su commercio, difesa e mobilità.
Il Labour si spacca o cambia rotta?
Le parole di Livermore non sono isolate. Nei mesi scorsi diversi esponenti di primo piano del partito laburista hanno adottato posizioni sempre più apertamente pro-europee, in un contesto di tensioni interne legate a una possibile corsa alla leadership.
L’ex ministro della Sanità Wes Streeting, annunciando la propria candidatura a una eventuale successione a Starmer, ha definito il voto del 2016 “un errore catastrofico” che ha lasciato il paese “meno ricco, meno potente e meno in controllo”.
“Abbiamo bisogno di una nuova relazione speciale con l’UE, perché il futuro della Gran Bretagna è in Europa, e un giorno torneremo nell’Unione europea”, ha detto.
Il sindaco di Londra Sadiq Khan, a febbraio, aveva esortato Starmer ad andare oltre nel reset europeo, definendo la Brexit “il più grande atto di autolesionismo economico che un paese abbia mai compiuto”.
I politici conservatori hanno criticato le dichiarazioni di Livermore, sostenendo che minano il risultato del referendum del 2016. Kemi Badenoch, leader dei Tory, ha liquidato il dibattito come “il segno di un partito laburista senza un piano per il paese”, aggiungendo che il Labour vuole “tornare a combattere guerre che erano state risolte molto tempo fa”.
Il contesto: dieci anni dopo il referendum
Il dibattito sul rapporto a lungo termine del paese con l’UE si è intensificato in coincidenza con il decimo anniversario del referendum sulla Brexit, con sondaggi recenti che mostrano un crescente sostegno pubblico per rapporti più stretti con il blocco.
Sul piano istituzionale, il governo Starmer sta negoziando con Bruxelles una serie di accordi post-Brexit per ridurre le barriere commerciali e ampliare la cooperazione.
Se il Regno Unito volesse rientrare nell’UE, dovrebbe presentare una domanda di adesione come se si trattasse di una candidatura per la prima volta. Non esiste una procedura speciale per la riammissione né una corsia preferenziale per i paesi che sono già stati membri.
Georg Riekeles, ex consigliere della task force UE sulla Brexit, ha spiegato qualche settimana fa che gli Stati membri adotterebbero un atteggiamento positivo ma fermo in caso di una decisione simile, dicendo che “non c’è la volontà di riaprire le porte a decenni di eccezionalismo britannico. Il prezzo del rientro sarebbe l’adesione a condizioni normali”.

